martedì 27 dicembre 2011

giovedì 8 settembre 2011

The climber as a visionary

"William Blake ha parlato dell’esperienza visionaria dicendo: “Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito”.
 Inciampando nelle porte dischiuse l’arrampicatore si meraviglia di ritrovarsi nella condizione privilegiata di trovarsi faccia a faccia con l’universo. Trova la risposta nella sua attività e nella chimica della sua mente e comincia ad accorgersi che sta applicando in modo speciale alcune antichissime tecniche di apertura mentale.
 La visione di Chouinard non è stata un caso: è il risultato di giorni di arrampicata. Chouinard era temprato dalle difficoltà tecniche, dolore, apprensione, disidratazione, sforzi, deserto sensoriale, stanchezza, in una parola dalla graduale perdita del sé. Basta solo copiare gli ingredienti, per consegnarsi ad essa. Gli ingredienti conducono alla porta.
 Non è necessario raggiungere il livello tecnico di Chouinard, pochi possono farlo, è sufficiente il suo livello di impegno. Non è necessario scalare El Capitan per essere visionari: io non l’ho mai fatto ma arrampicando cerco di spingermi al mio limite, di scalare cose per me problematiche. In questo modo noi tutti attraversiamo questo confine etereo – ognuno il suo – e ci inoltriamo nello stato di visione. Per quanto esso possa essere descritto precisamente, rimane sostanzialmente elusivo. Non diventerete un giorno visionari per rimanerlo per sempre.
 E’ una condizione nella quale si entra e si esce raggiungendola con sforzi mirati o spontaneamente, in momenti voluti dal caso.





Stranamente non è il frutto di un lavoro conscio, ma arriva come il sottoprodotto di uno sforzo in un’altra direzione e su un altro piano. Vive il suo ghiribizzo momentaneo o indugia sospesa nell’aria, arrestando il tempo nel suo divenire, per un attimo momentaneamente eterna, come quando conclusa l’ultima corda doppia vi voltate e siete sopraffatti dalla meraviglia verde della foresta."


"The climber as a visionary", Doug Robinson




La traduzione dell'articolo intero si trova su Climbing Pills , a cui segue un articolo di approfondimenti. Entrambe le pagine sono molto interessanti.

martedì 6 settembre 2011



Quando volsi lo sguardo lo vidi: era là, in mezzo al campo giallo.
Si ergeva, immobile e un poco scosso dal vento, e con la sua verticalità spiccava come a voler chiedere attenzione.
"E' un girasole!" dissero.

Smilzo e annerito dal calore, era lì, in piedi, unico superstite alla trebbia.

"Ma è un uomo!" dissi. 
"No, è un girasole." mi risposero in coro.

venerdì 19 agosto 2011


Un giro ad ailefroide

mercoledì 20 luglio 2011

Il limone, l'arancio e il carciofo.

Avevo un bell'orto. Bè, bello non so, ma insomma era il mio orto, e ogni scarrafone è bello a mamma sua.
Nell'orto avevo pomodori, melanzane, girasoli e zucche. Alberi di limone e dei bellissimi cardi violacei. Aranci, carciofi, cipolle, e chi più ne ha più ne metta. Ogni sera, quando tramontava il sole, quando la terra diveniva un po' più tiepida, fischiettando scendevo le scale di casa e, imbracciato con fierezza l'innaffiatoio arancione, supino innaffiavo pianta per pianta, alberello per alberello, e (perchè no?)  tubero per tubero.

Ma l'autunno era ormai alle porte, e giunse il momento di partire; alcuni castagni già perdevano le prime foglie giallo-rossastre. Scesi l'ultima volta le scale, chiudendomi la porta alle spalle; ma non feci in tempo a metter giù il primo piede, che già i primi gradini si erano ricoperti di foglie secche, giallastre-rossicce, e ghiande e tutto ciò che associamo con l'autunno. Scesi le scale velocemente, e in corsetta mi diressi verso il cancello, ma l'aria si era presto fatta ovattata, e già arrivano i primi fiocchi di neve, e le case accanto si illuminavano di quelle lucine e decorazioni che gli uomini associano col natale.

Preso alla sprovvista mi tirai su il cappuccio della giacca, imbracciai la vecchia bici e in tutta fretta usci dal cancello, che su chiuse sinistro alle mie spalle. Montai sulla bicicletta, e di buona lena iniziai a pedalare. I piccoli e leggeri fiocchi (così piacevoli all'inizio!) stavano aumentando di dimensione, e la leggera brezza che prima sembrava cullarli, montava impazzita in ogni direzione, sempre più forte.

Continuavo a pedalare. I fiocchi ora sembravano sassi e il vento irruento che me li lanciava negli occhi sembrava volermeli cavare; mi ostruiva la bocca, e non riuscivo a parlare e non riuscivo a vedere. Il sibilo era assordante,  mi offuscava persino i pensieri; e mi ero perso, ma pedalavo alla cieca ben conscio di starlo facendo.

Poi di colpo, quando quasi stavo per cadere stremato, così come era venuto, il vento cessò. I sassi di neve tornarono placidi e innocui fiocchi che lentamente si scioglievano posandosi a terra, e, proprio dalla terra, lentamente piccole verdi piantine tornavano a crescere, e il sole tornava a scaldare l'aria; io in tutta fretta descrissi un'ampia curva a "u" e iniziai a pedalare a più non posso nella direzione da cui ero venuto.

Correvo ed avevo il fiatone, ero contento e fischiettavo; i passeri mi guardavano incuriositi sfrecciare sul sentiero, e le prime rondini si affrettavano a intrecciare i loro nidi accanto alle grondaie degli uomini.
Già i loro primi piccoli mostravano il grazioso petto bianco e facevano ondeggiare la sottile coda forcuta, impazienti di spiccare per la prima volta il volo. Dal canto mio, correvo, giulivo, e pedalavo a più non posso, in mezzo a tutto quello sbocciar di vita, quando ad un tratto, all'unisono, decine e decine di piccole rondini spiccarono il volo, proprio sopra la mia testa; ed io correvo con la meraviglia negli occhi verso il sole sempre più grande.

Arrivato al cancello lo aprii con foga lasciando cadere a terra la vecchia bici, ma il caldo era ormai divenuto insopportabile, il sole era sempre più alto e non c'era più tempo! Con orrore vidi le foglie della siepe seccarsi sotto il mio sguardo, allora di corsa imbracciai l'innaffiatoio arancione, presi dell'acqua fresca dal pozzo, ma  i pomodori già si stavano asciugando, e da tondi e rossi com'erano una volta si facevano sempre più piccoli e rinsecchiti; lentamente si squarciavano e a dozzine cadevano in terra.  Io correvo, e l'acqua traboccava dall'innaffiatoio colmo, ma le belle foglie del limone stavano perdendo colore, e così gli aranci, le zucche, le melanzane, perfino i girasoli!

Quando finalmente misi piede nel mio orto era ormai tutto secco; per terra si aprivano quelle crepe che ben gli uomini associano con le più gravi aridità.

Mi guardai intorno allora, e già scomparivano anche i resti delle piante, secche si sgretolavano al vento bollente, e i limoni e gli aranci caduti, perdevano foglie e corteccia. Presto del mio orto rimase soltanto un mucchio di sassi;  e un terreno arido e desolato.

Il primo maggio

Qualche tempo fa sono tornato al terminillo. Non c'ero più tornato da quando si era staccata la slavina, e l'avevo preso un po' come un tradimento, un mio tradimento, a me stesso e alla mia intelligenza.
Prendere un po' troppo sottogamba il rischio non è saggio, mi sarei detto dopo. Intanto mi ero buttato su un  pendio ben sapendo che era potenzialmente pericoloso, e che avrebbe potuto scaricare.







Ci sono tornato qualche mese dopo, in primavera, quando di neve ce n'era quasi solo nei canali a nord. Abbiamo fatto "Il primo maggio", salita breve ma carina, semplificata anche da un po' di neve ventata che è andata ad ammorbidire l'unico il passetto di misto dell'uscita.




Arrivati in vetta c'erano altri due ragazzi, abbiamo iniziato a chiaccherare e poi lentamente sono sgattaiolato fuori dalla conversazione, e ho iniziato a camminare lentamente, un po' sovrappensiero. Poco dopo ho raggiunto il punto dove doveva essersi staccata la slavina. Un cambio di pendenza, secco, qualche decina di metri dietro ad una cresta. Era il punto da dove si era staccata, il fronte. Sono rimasto lì, in contemplazione, qualche minuto. Visto era a sud, non c'era praticamente più neve. Solo detriti e ciuffi d'erba.

Ciò mi ha fatto uno strano effetto.

C'era qualcosa di mistico nell'aria, e probabilmente ero io.

venerdì 15 luglio 2011

Noia

Stasera mentre versavo il latte nel tondo bicchiere di vetro, ho fatto un bel ragionamento. Perchè le ditte produttrici di cereali continuano a propinarci cereali con la sgradevolissima tendenza a galleggiare?
 Perchè non vogliono farci riempire i nostri bicchieri e le nostre tazze fino all'orlo senza che, aggiungendoci il latte, si riversi mezzo contenuto sul tavolo? Perchè?

Sarò costretto a mandare una lettera.